Il 13 settembre scorso l’UE ha autorizzato gli Stati membri a versare anticipi più elevati dei fondi della politica agricola comune (PAC) ai produttori agricoli, al fine di contribuire ad affrontare i problemi di liquidità che molti di loro si trovano quotidianamente ad affrontare (leggi QUI!). Il successivo 16 settembre Agea ha divulgato una circolare per disciplinare il pagamento di questi anticipi PAC, dichiarati erogabili a partire dal 16 ottobre 2024 fino al 30 novembre 2024 (leggi anche “Novità anticipi PAC 2024: le indicazioni di Agea per i pagamenti“).
Da quel che si legge in rete e dalle segnalazioni giunte alla nostra redazione però, sembra che, in questo arco temporale in cui sarebbero dovuti arrivare i ristori, qualcosa non abbia funzionato e numerosi agricoltori e allevatori, peraltro prevalentemente ricadenti in zone rurali e marginali, si siano ritrovati letteralmente a mani vuote, con le pratiche impigliate nel groviglio di una burocrazia di cui poco si capisce.
Non sappiamo esattamente dove si possa essere inceppato il meccanismo, riteniamo però importante parlare di quanto sta succedendo in modo tale che si riesca a fornire insieme delle soluzioni rapide e concrete a chi sta vivendo questi disagi.
Per tale motivo, nell’ambito della nostra rubrica “Lettere alla redazione“, oggi abbiamo deciso di dare spazio ad una di queste realtà che, travolta dai suddetti disagi, si è rivolta a noi con la speranza di dare la giusta evidenza alla problematica in atto e poter ricevere quanto prima delle risposte al riguardo.
La lettera
Scrivo questa mail ormai allo stremo delle forze, in mio nome ed in quello di tutti coloro che stanno vivendo la stessa surreale situazione, nell assoluto silenzio della Politica, tutta, e delle Associazioni di Categoria, meglio note come CAA – Centri di Assistenza Agricola. Eccezion fatta, pardon, per una misera dichiarazione del Direttore Agea, rilasciata ad Agricolae.EU proprio negli ultimi giorni.
Scrivo questa mail con un groppo in gola, pensando ai ridondanti proclami che avevano prospettato una realtà diversa, illudendo gli agricoltori e gli allevatori per l’annata 2024: gli anticipi Pac sarebbero stati erogati in percentuali più corpose, e nel minor tempo possibile.
Invece mi trovo qui, dopo un brusco risveglio, a scrivere per me e certamente per molte altre aziende agricole che come me si trovano nella medesima situazione e che proprio in questi giorni stanno definitivamente perdendo ogni speranza, nella vana attesa dei tanto essenziali acconti Pac che sarebbero dovuti arrivare entro il 30 novembre u.s.
Non senza una certa apprensione, tutte queste aziende agricole stanno cercando di immaginare il loro futuro, quello delle loro attività e delle loro famiglie, a fronte di unico, misero comunicato stampa ufficiale ad oggi emesso da Agea Nazionale rivolto esclusivamente alla Regione Sardegna ed al suo Organismo Pagatore Regionale (Argea Sardegna).
Un comunicato del tutto insufficiente quindi a spiegare il perché di tale vergognoso ritardo nell’erogazione in TUTTA ITALIA… addirittura, anche rispetto agli anni passati!
Il problema della non erogazione degli acconti Pac 2024, parrebbe essere una serie di anomalie verificatesi a partire da quest’anno.
Tali anomalie, si sarebbero verosimilmente generate dall’adesione di Agea alla “carta dei suoli“, rispetto al monitoraggio satellitare utilizzato fino agli anni scorsi. Questo, unitamente all’utilizzo di algoritmi e I.A., avrebbe comportato un errata interpretazione dei rilevamenti fatti su alcune particelle contenute nei fascicoli aziendali di migliaia di aziende, soprattutto quelle aventi la dicitura “pascolo cespugliato”.
Neppure gli oliveti secolari però sono usciti incolumi da questi rilievi, trasformandosi d’improvviso in “bosco” generando così gravi discordanze, tanto da comportarne l’esclusione dalle domande di pagamento.
Per non parlare delle carciofaie, improvvisamente divenute vigneti!
Facile dedurre come a farne ovviamente le spese siano quelle decine di migliaia di aziende agricole che di fatto vengono identificate con il blasonato appellativo (solo a parole!) di “allevatori ed agricoltori custodi” di biodiversità agricole ed animali, in realtà attività geograficamente confinate a lavoro in zone difficili, il cui operato risulta tuttavia essenziale proprio per la preservazione degli ambienti rurali estremamente diversificati di cui è formato il territorio Italiano.
Parlo di quelle realtà che occupano la fascia montana, ma anche di coloro che riescono sapientemente a pascolare gli animali in zone impervie, rocciose e con presenza di molti cespugli, nonché di persone che da generazioni custodiscono oliveti centenari di interesse nazionale e comunitario.
Queste variopinte e frammentate realtà agricole, tra cui infilo anche la mia piccola, piccolissima e bizzarra attività di allevatrice di pecore “strane” in un Appennino nudo e crudo, sono proprio quelle Aziende che hanno visto venir meno l’importante aiuto comunitario, che in realtà gioca un ruolo strategico atto a scongiurare l’abbandono di quei luoghi.
Parlo di quel piccolo incentivo che consente di rimanere egualmente produttivi, anche se i mercati sigillano accordi con nazioni favorite da burocrazia irrisoria e minori controlli (vedi #Mercosur) ed anche se a volte potrebbe sembrare quasi controproducente rimanere aperti.
Queste piccole aziende, tuttavia, forniscono un altro tipo di “rendita” aggiuntiva per il Paese, troppo spesso sottovalutata: quella generata dalla prevenzione degli incendi e del rischio valanghe, proprio mediante il pascolamento degli animali da reddito ed attraverso la coltivazione di piccolissimi e scoscesi appezzamenti.
E questo “servizio” che questi piccoli allevatori ed agricoltori rendono allo Stato, che immenso valore avrebbe se davvero dovessimo quantificarlo in termini di prevenzione dei rischi?
E ancora, gli acconti PAC sono gli stessi piccoli incentivi che contribuiscono in quelle zone alla produzione di ortaggi, carni, salumi, formaggi (lana, ci metto anche del mio!) ed olio di altissima qualità – quella stessa qualità italiana di cui si riempiono tanto la bocca i politici a parole, ma che si trasforma poi in un nulla di fatto… o addirittura, come in questo caso, ad una forte penalità nel non avere (e soprattutto nel non poter utilizzare!) un territorio lineare ed omologato!
L’Italia non è fatta di sole pianure lineari e rigogliose, e questo lo sappiamo bene noi, gli amici sardi del CSA e loro associati, con cui siamo in costante contatto dall’inizio di questa triste vicenda, ma anche altri colleghi agricoltori ed allevatori ed i loro tecnici ed agronomi di Sicilia, Calabria, Piemonte, Campania e del resto d’Italia, che oggi fanno tutti il conto con un pericoloso ed inquietante ritardo nell’erogazione della Pac.
Ironia della sorte, proprio quelle aziende che maggiormente ne avrebbero avuto bisogno, ancor prima delle altre realtà iperproduttive!
Alcuni piccoli Centri di Assistenza Agricola ed i loro Operatori Indipendenti di tutte le Regioni d’Italia che hanno riscontrato anomalie (compreso il mio Tecnico, che ringrazio), nonché il Centro Studi Agricoli della Sardegna, sono stati infatti gli UNICI che ANTICIPATAMENTE nelle riunioni sulla nuova PAC – tra l’altro registrate dai funzionari Agea! – avevano manifestato perplessità nell’adozione della fatidica carta dei suoli, evidenziando la concreta difficoltà in un così breve lasso di tempo ad aderire alle PLT (Pascoli Locali Tradizionali, che consentono il pascolo cespugliato ma con percentuali di tara su ogni singola particella troppo alte, a fronte di un incentivo però minimo, irrisorio), comprese le problematiche logistiche dovute all’apertura di centinaia di istanze alle Regioni (demandate all’autorizzazione delle PLT) per la lavorazione delle singole pratiche e, non di meno, i “SUPERI” di conduzione per le particelle condivise, come nel caso degli usi civici.
A conti fatti, quindi, l’adozione della carta dei suoli penalizza aziende agricole che già ricadono in territori disagiati, scoscesi e impervi, favorendo altresì le grandi colture standardizzate e gli allevamenti a stabulazione fissa – che non me ne vogliano, ma di pascolo cespugliato difficilmente ne incontrano qualcuno!
È quindi questa la tanto decantata politica “Green” che ci attende?
È questa l’attenzione per le piccole e medie aziende che rappresentano oltre la metà del nostro patrimonio agricolo?
In questo clima che non si prospetta per nulla roseo per migliaia di aziende, perdonerete un commento personale, da piccola allevatrice di pecore Sopravissane nel cratere sismico Marchigiano che con il maledetto terremoto del 2016 ha perso casa e stalla, ma ha deciso lo stesso di rimanere tenacemente ancorata qui in montagna, per dare il suo PERSONALE contributo alla rinascita.
Quel cratere sismico, SÌ, quella ferita aperta del Centro Italia che ha visto crollare esistenze, vite ed interi paesi. Quello stesso Centro Italia che oggi viene continuamente ornato di termini quali “resilienza”, “rinascita”, “ripartenza”.
Beh, avete ragione a parole, politici tutti. L’Appennino potrebbe davvero essere una fucina di occupazione e di lavoro, di ripopolamento e custodia di borghi abbandonati, di salvaguardia di un intero territorio – inginocchiato sì dagli eventi sismici, ma che potrebbe tornare estremamente prezioso soprattutto in questo momento storico, dove il cambiamento climatico ha già mostrato il suo volto… che peggio ancora potrebbe diventare.
L’Appennino potrebbe diventare un luogo sicuro, mitigando temporaneamente il disagio dell attuale innalzamento delle temperature che già nelle scorse, torride estati, hanno mietuto vittime tra anziani, bambini e soggetti fragili residenti nelle grandi città.
Potrebbe, certo.
Ma non sono certo queste le azioni e la cura che si dovrebbe avere per contrastarne lo spopolamento e favorirne la rinascita, l’insediamento e lo sviluppo.
Vorrei fosse chiaro che non pretendiamo nulla più di quello che ci spetta, ovvero quello che regolarmente abbiamo percepito negli anni precedenti. Nessun plauso, nessuna pacca sulle spalle per il coraggio a popolare certe zone rurali d’Italia, nessun “bravi” per la dignitosa sofferenza ed il decoro mantenuto finora, anche di fronte al più vergognoso dei silenzi in merito.
Ora però, è tempo di doverose ed esaustive risposte, giunte solo in maniera frammentaria attraverso un misero comunicato dai toni chiaramente stizziti, rilasciato dal Direttore di Agea Nazionale e da lui personalmente indirizzato (esclusivamente!) alla Regione Sardegna… Quando in realtà, e lo si sa benissimo, più di mezza Italia è in ginocchio da Nord a Sud per le stesse, surreali anomalie!
A conti fatti, le stesse dichiarazioni rilasciate e poi ribattute da altre testate, si traducono nuovamente in una mera conferma dell’ulteriore, preoccupante ed angoscioso ritardo per la risoluzione delle anomalie e l’erogazione dei fondi poiché, cito testualmente: “[…] sarà possibile procedere correttamente al pagamento dei saldi dei contributi attesi dai nostri agricoltori nei tempi previsti dalla normativa europea“.
Ovvero? In parole povere? Entro il 30 giugno.
È lingua italiana, noi siamo gente semplice e vero, ma non analfabeti… e siamo stanchi dei giochi di parole!
Ma come si sopravvive con il bestiame bisognoso di foraggio, ricoverato al chiuso durante l’inverno nelle zone di montagna, aspettando il 30 giugno?
Come si sopravvive con le sementi da comprare, con i campi da predisporre per la lavorazione in primavera, di qui fino al 30 giugno?
Come si pagano le fatture ai consorzi, le rate del trattore e le tasse, che tanto sollecitate e che già reclamano gli arretrati?
Sappiate che c’è mezza Italia Agricola che aspetta risposte RAPIDE e RISOLUTIVE a queste problematiche.
Dimenticavo: Buon Natale…
Silvia Bonomi, il CSA Sardegna con i suoi Associati, e tutti gli allevatori e gli agricoltori Italiani con le summenzionate “anomalie”.
Gruppo Italiano Mangimi, azienda leader nella produzione di mangimi di alta qualità nel mercato libero, nasce per volontà di Alfredo Ettore Mignini nel 2001 dalla fusione di quattro marchi storici della mangimistica italiana, sinonimo di grande qualità e sicurezza: Sagip, Panzoo, MM1 e Caffarri.
La nuova realtà industriale viene collocata a Rubiera, nel cuore della rinomata food valley emiliana. Oggi il Gruppo é tra i primi tre player nazionali nella produzione di mangimi, con 150 milioni di euro di fatturato e quattro stabilimenti nel territorio: a Cavallermaggiore (Cuneo) e a Rubiera sono ubicati gli impianti di produzione specializzati per i ruminanti; a Longiano (Cesena) quello per i mono gastrici mentre a Ripalimosani (Campobasso) quello per i ruminanti e mono gastrici.
I grandi allevamenti del nord Italia, prevalentemente di bovini e suini, costituiscono le due anime principali dell’azienda. Ogni giorno vengono garantiti 13.500 quintali di prodotto, di cui il 60% destinato ai ruminanti – comprese le vacche da latte super-certificate del Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano, di cui l’azienda è iscritta all’albo fornitori – il 35% ai suini e il 5% ad altre specie. La sola produzione di mangimi per suini – che diventano materia prima per DOP come il Prosciutto di Parma e San Daniele – ha superato il milione di quintali di prodotto annuo, un volume pressoché equivalente a quello delle vacche.
Il risultato di questo enorme sforzo produttivo, conseguenza del progetto di filiera dell’allevamento voluto da G.I.Ma., é merito di un processo di qualità sinergico conforme alla norma UNI EN ISO 9001:2015, applicato quotidianamente in tutte le fasi produttive all’interno degli stabilimenti: dall’acquisto degli ingredienti con idonei requisiti e la formulazione di piani alimentari personalizzati, fino al controllo degli standard dei prodotti finiti e alla spedizione nei tempi e modi richiesti.
Un sistema sostenuto da specialisti del settore altamente qualificati, per un totale di 90 collaboratori interni e 100 collaboratori esterni, che comprendono un team di agenti specializzati e una rete capillare di punti vendita, in modo da offrire agli oltre 4000 clienti attivi una serie di brand riconducibili al marchio proprietario dell’azienda stessa.
Il Gruppo fornisce inoltre allevatori che appartengono ad aree tipiche per le produzioni DOP, come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Asiago, Taleggio, mozzarella delle Murge, Gorgonzola e mozzarella di bufala. Bovini da carne e vacche da latte provengono da allevamenti di animali quasi tutti nati in Italia.
Per garantire al consumatore una qualità unica della carne, G.I.Ma. ha investito nell’allevamento diretto di suini, controllati direttamente e senza intermediari dalla nascita alla macellazione, alimentati con i propri mangimi in pellet – grazie ad una formula innovativa appositamente studiata e accuratamente custodita – e monitorati giornalmente dalla rete di 12 veterinari del Gruppo, che verificano costantemente il benessere e il rispetto degli standard di salute.
Il progetto suinicoltura di G.I.Ma., partito in modo sperimentale qualche anno fa, oggi permette all’azienda di immettere nel mercato 250.000 suini a marchio G.I.Ma. l’anno, grazie alla partnership realizzata con gli allevatori di Emilia-Romagna, Piemonte, Lombardia e Marche.
La mission, in senso più ampio, si inserisce nel progetto di filiera controllata a difesa di un Made in Italy di altissima qualità e della salute del consumatore voluta dal Gruppo, che ha puntato all’innovazione installando due nuove linee di lavorazione 4.0 nei mangimifici di Rubiera e Cavallermaggiore.
Un progetto che contrasta con forza il dilagante fenomeno dell’italian sounding e delle contraffazioni alimentari, i cosiddetti “falsi d’autore”, valorizzando e facendo propria una filiera controllata direttamente – tanto per i latticini che per i salumi – senza accontentarsi di produrre mangimi che, una volta arrivati negli allevamenti, avrebbero potuto facilmente essere mescolati con altri ingredienti.
La tutela senza compromessi di un’alimentazione sana dei capi di bestiame rappresenta un principio fondamentale nella visione di Antonio Mignini, Amministratore Delegato del Gruppo: il primo indispensabile passo per garantire la qualità degli alimenti e la genuinità a tavola, quando assaporeremo carni, latticini e salumi.
Seguendo questa filosofia, dalla sua nascita ad oggi G.I.Ma., è diventata un partner prezioso per l’allevatore e un punto di riferimento nel competitivo settore della produzione di alimenti zootecnici. Una realtà che ha saputo mantenere un forte legame con il passato, preparando per il futuro una ricetta fatta degli ingredienti migliori: qualità, completezza, diversificazione, selezione, tecnologia, servizi e sicurezza, frutto di uno strettissimo rapporto con la clientela.
L’azienda, che ha annunciato la dolorosa scomparsa di Alfredo Ettore Mignini, Presidente di G.I.Ma. Spa, lo scorso 17 febbraio, prosegue l’attività nel segno della tradizione grazie ad Antonio, Francesca, Diletta e Stefania, impegnati attivamente nella gestione dell’impresa di famiglia.
www.gimaspa.it
Con la pubblicazione sul sito del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (Mase) del decreto che approva le regole operative del DM FER2, prende ufficialmente avvio un’importante fase per il supporto alle energie rinnovabili in Italia. Il prossimo 16 dicembre si aprirà infatti il bando destinato agli impianti biogas e biomassa, segnando un passo avanti nella transizione energetica del Paese.
Il DM FER2 è un provvedimento strategico che promuove impianti innovativi e a basso impatto ambientale, includendo tecnologie come i solari termodinamici, gli impianti geotermoelettrici, gli eolici off-shore, i fotovoltaici floating sia off-shore che su acque interne, oltre a sistemi che sfruttano l’energia mareomotrice, il moto ondoso e altre forme di energia marina.
Una svolta per l’energia rinnovabile e sostenibile
L’obiettivo del decreto è sostenere soluzioni all’avanguardia capaci di ridurre l’impatto sull’ambiente e sul territorio, incentivando lo sviluppo di tecnologie rinnovabili innovative. Il sostegno garantito dal DM FER2 rappresenta un’opportunità per rafforzare l’indipendenza energetica dell’Italia, in linea con gli obiettivi di sostenibilità e innovazione previsti dal piano nazionale per la transizione ecologica.
Calendario e prossime procedure
Il decreto stabilisce che il calendario delle procedure successive sarà approvato dal Ministero, su proposta del Gestore dei Servizi Energetici (GSE), entro il 31 marzo 2025. Questo assicura una pianificazione coordinata per favorire la partecipazione di operatori e investitori e garantire continuità al settore.
Il bando imminente è dunque solo il primo passo di un percorso che mira a consolidare la posizione dell’Italia come leader nella produzione di energia rinnovabile, puntando su tecnologie che uniscono sostenibilità e innovazione.
Documenti correlati:
Con riferimento al tema della movimentazione di bestiame, il Ministero della Salute ha diramato una nota riportante l’elenco dei territori stagionalmente liberi da vettori per il periodo 2024-2025
In tale elenco sono state riportate le province italiane nelle quali i programmi di sorveglianza sierologica ed entomologica per Bluetongue hanno dimostrato, in un determinato periodo dell’anno, la conformità ai criteri stabiliti dal Centro di Referenza Nazionale per le Malattie Esotiche (CESME) e rispondenti a quanto presente nell’allegato V, parte II, capitolo 5 del Regolamento delegato (UE) 2020/689.
In particolare, i parametri considerati sono stati: le temperature registrate negli ultimi 5 anni (fonte dati: Land Surface Temperature Day, MODIS), l’assenza di C. imicola e presenza di non più di 5 Culicoides di altre specie, come da catture effettuate negli ultimi cinque anni nell’ambito del piano di sorveglianza entomologica nei periodi dell’anno di riferimento.
Viene, infine, specificato che il suddetto elenco è passibile di modifica in ogni momento, in relazione all’evoluzione della situazione epidemiologica delle singole province, ed in base agli esiti del Piano di sorveglianza nazionale per Bluetongue.
L’Associazione Nazionale tra i Produttori di Alimenti Zootecnici, in collaborazione con l’ente di ricerca indipendente Nomisma, ha presentato oggi presso la Sala Cavour del MASAF (Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste) il secondo report sulla FeedEconomy. Un’analisi che conferma l’impatto economico significativo della filiera mangimistica italiana, stimato in 150 miliardi di euro di valore complessivo e oltre 840mila imprese coinvolte lungo tutta la catena produttiva e distributiva.
Il ruolo centrale della FeedEconomy
La FeedEconomy, termine coniato per rappresentare l’economia derivante dalla produzione e dall’utilizzo di mangimi, costituisce il fulcro di una filiera estesa che collega produzione agricola, allevamento, industria alimentare, distribuzione commerciale e consumi familiari. Questo approccio olistico è stato sottolineato dal presidente di Assalzoo, Silvio Ferrari, il quale ha dichiarato:
“La FeedEconomy definisce il filo rosso che lega l’alimentazione zootecnica al consumatore finale. Questo report dimostra come il settore mangimistico sia un pilastro dell’agroalimentare italiano, strategico per il Made in Italy.”
Il rapporto di quest’anno include un approfondimento sulla grande distribuzione, che rappresenta l’anello finale della filiera prima del consumatore.
Analisi economica: i numeri della filiera
La filiera mangimistica si articola in diverse componenti economiche:
- Agricoltura: il settore agricolo dedicato alla produzione di alimenti per animali genera un fatturato di 24,354 miliardi di euro, pari al 37% del totale agricolo italiano.
- Industria zootecnica: la trasformazione industriale legata alla zootecnia contribuisce con 54,937 miliardi di euro, ovvero il 39% del valore della produzione alimentare nazionale.
- Export: la bilancia commerciale beneficia di un contributo di 10,9 miliardi di euro, includendo esportazioni di materie prime agricole, mangimi, carni fresche e salumi, prodotti lattiero-caseari e capi vivi.
- Spesa delle famiglie: il consumo di prodotti di origine animale incide per 59,875 miliardi di euro, corrispondenti al 38% della FeedEconomy.
Complessivamente, questi dati evidenziano un sistema produttivo integrato che non solo sostiene l’economia nazionale, ma anche la sicurezza alimentare e la tradizione gastronomica del Paese.
Strategia e futuro del settore
Il report, arricchito da nuove analisi e dati, rappresenta uno strumento di conoscenza essenziale per stakeholder pubblici e privati. Lea Pallaroni, Direttore Generale di Assalzoo, ha dichiarato:
“Il valore della mangimistica è finalmente messo in primo piano. Questo secondo report amplia la nostra visione, consolidando l’importanza strategica del feed all’interno dell’intera filiera agroalimentare.”
Assalzoo ribadisce l’impegno a lungo termine nel promuovere la dignità del settore mangimistico, spesso sottovalutato. Il presidente Ferrari ha aggiunto:
“La FeedEconomy è la spina dorsale del Made in Italy alimentare. Attraverso questo report, vogliamo mettere in luce il valore e la qualità che rendono l’agroalimentare italiano un modello globale.”
Assalzoo auspica che la diffusione dei dati del report contribuisca a una maggiore consapevolezza del ruolo strategico della filiera zootecnica per il “Sistema agro-zootecnico-alimentare Italia”, elemento cardine per la sovranità alimentare del Paese e la sua proiezione internazionale.
Con il supporto di analisi come quella presentata oggi, l’Italia può rafforzare la propria posizione di leader nel settore agroalimentare globale, mantenendo alto il valore del Made in Italy e della dieta mediterranea.
Un consorzio europeo, composto dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) italiano, dallo Statens Serum Institut (SSI) danese e dall’Istituto nazionale per la salute pubblica e l’ambiente (RIVM) olandese, è stato designato dalla Commissione Europea per istituire il nuovo Laboratorio di Riferimento dell’Unione Europea per i batteri a trasmissione alimentare e idrica (EURL-FWD Bacteria).
Un impegno congiunto per la sicurezza alimentare
L’obiettivo del laboratorio è garantire un approccio armonizzato a livello europeo nella gestione dei batteri patogeni, tra cui Salmonella, Listeria STEC, e Campylobacter, Questi microrganismi, frequentemente riscontrati negli alimenti, negli animali e nell’acqua, sono responsabili di gravi malattie umane e spesso coinvolgono focolai epidemici di portata transfrontaliera, rappresentando una sfida significativa per i sistemi sanitari.
Il laboratorio si dedicherà a rafforzare la diagnostica, la sorveglianza e il monitoraggio della resistenza antimicrobica, oltre a migliorare la gestione delle indagini sui focolai. L’utilizzo di metodologie standardizzate permetterà di aumentare la qualità delle analisi, la comparabilità dei dati tra gli Stati membri e la capacità di risposta alle emergenze sanitarie.
Ruoli e collaborazioni strategiche
Nel consorzio, il coordinamento centrale sarà gestito dal SSI danese, mentre il RIVM e l’ISS svolgeranno ruoli chiave come partner tecnici. La collaborazione con il Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC) e la Commissione Europea assicurerà il pieno supporto alle autorità nazionali per affrontare le sfide sanitarie future.
Questo nuovo laboratorio rappresenta un significativo progresso verso una maggiore resilienza dell’Europa contro le emergenze sanitarie transfrontaliere. Rafforzando la cooperazione tra i paesi membri e supportando i laboratori nazionali, l’Unione Europea si dota di uno strumento essenziale per tutelare la salute pubblica e mitigare gli impatti economici delle epidemie batteriche.
Per ulteriori dettagli sul progetto e sulle attività del nuovo laboratorio, è possibile consultare la pagina dedicata della Commissione Europea sui laboratori di riferimento.