Il 18 Settembre 2020 l‘Associazione per la Scienza e le Produzioni Animali (ASPA) ha organizzato un convegno digitale dal titolo “Il ruolo della zootecnia intensiva nello sviluppo sostenibile”, con l’obiettivo di dare un contributo di conoscenze a quello che è il tema che condizionerà, nel bene e nel male, le sorti dell’allevamento dei cosiddetti “food animal”, che altro non sono che gli animali da reddito.

ASPA è una società scientifica che raccoglie buona parte degli accademici e dei ricercatori che si occupano in Italia di produzioni animali, anche se ha competenze anche su altri animali domestici.

Due le questioni sostanziali: una di metodo e una di merito. La questione di metodo l’ha affrontata con chiarezza e determinazione il Presidente dell’ASPA, il Prof. Nicolò Macciotta, partendo da come la comunità scientifica si è posta nei confronti della società civile durante la pandemia di Covid-19. Macciotta ha definito “scomposto” il modo con cui i virologi e gli epidemiologici si sono posti quando i politici e i giornalisti li hanno interpellati per capire meglio cosa fare per gestire questa inedita emergenza sanitaria. Forse, aggiungo io, avrebbe dato più lustro alla scienza dire tanti “non so” piuttosto che esibire improbabili scuole di pensiero verso un virus sconosciuto ancora “fresco” di un salto di specie. Macciotta ha riconosciuto quanto sia importante che la comunità scientifica non rinunci al suo metodo ma sia più vicina alla gente comune, con un linguaggio semplice e comprensibile. Degna di nota la sua precisazione che “comunicare non significa banalizzare” perché gli “argomenti complessi richiedono risposte complesse” e che “la semplificazione non sempre è possibile”. E’ vero che l’opinione pubblica si è convinta che ormai si deve comunicare per slogan e che il “livello d’attenzione del moderno homo sapiens sia simile agli 8 secondi del pesce rosso”, ma la gente va educata al fatto che, se vuole capire qualcosa, deve approfondire gli argomenti. Questa introduzione era doverosa in un convegno scientifico dove si parla di allevamento intensivo e sostenibilità. L’allevamento intensivo, così come è inteso e comunicato, è da tempo oggetto di pesanti critiche da parte di molti media e di molti cittadini. Secondo Il Prof. Macciotta, è quindi ora che una società scientifica come ASPA scenda in campo nell’avviare un dialogo con la società civile.

Testimonianza concreta di questa volontà è stata l’apertura del convegno di ASPA a tutti coloro che intendevano partecipare.

E’ stata affidata al Prof. Paolo Bani, dell’Università Cattolica di Piacenza, la moderazione del convegno. Nella sua introduzione ha precisato che il termine “intensivo” definisce un metodo d’allevamento e che cambiare questo nome non servirebbe a migliorare i rapporti con la popolazione. Quello che bisogna fare è “fare i grilli parlanti”, e quindi parlarne, e non solo tra gli addetti ai lavori.

La Professoressa Anna Sandrucci dell’Università di Milano ha presentato i dati sull’impatto ambientale delle produzioni zootecniche, ricordando che l’umanità in crescita ha bisogno dei preziosi, quanto esclusivi, nutrienti apportati dai ruminanti e del ruolo ecologico di questi animali che possono trasformare alimenti e scarti vegetali non utilizzabili direttamente per l’alimentazione umana. Una riconversione mediatica e tecnica degli allevamenti intensivi di ruminanti rientra nella disciplina della “Precision Livestock Farming”, ossia un metodo plurifattoriale o olistico di ottimizzare tutte le fasi che portano a produrre latte e carne da ruminanti.

Paolo Bani, nel passare la parola alla Professoressa Luciana Rossi, sempre dell’Università di Milano, ha inoltre ricordato quanto gli alimenti di origine animale siano importanti per lo sviluppo cerebrale dei bambini.

L’intervento di Luciana Rossi, dal titolo “Strategie nutrizionali innovative per la riduzione dell’uso di antibiotici in allevamento”, ha approfondito quella che può essere considerata un’emergenza oggettiva di sanità pubblica. Il fenomeno dell’antibiotico resistenza infatti, se non verrà gestito, provocherà nel 2050 più morti del cancro. Ci sono però dati positivi perché, da quando si è posta maggiore attenzione sugli antibiotici utilizzati in allevamento, i batteri resistenti sono diminuiti del 15%. Le alternative presentate da Luciana Rossi hanno riguardato maggiormente gli allevamenti intensivi di monogastrici, dove si fa un uso terapeutico e metafilattico di antibiotici sicuramente superiore rispetto all’allevamento dei ruminanti.

L’ultimo intervento è stato quello del Prof. Umberto Bernabucci, dell’Università della Tuscia (Viterbo), e si è incentrato su come i cambiamenti climatici modificheranno profondamente il modo di allevare gli animali e, più in generale, l’agricoltura. Da non dimenticare, come ha sottolineato Bernabucci, l’importanza anche sociale dei sistemi pastorali o estensivi, che sono un complemento e non un’alternativa all’allevamento intensivo (ndr). Il convegno dell’ASPA è stato infine concluso dal Prof. Matteo Crovetto dell’Università di Milano.