Grazie alle politiche di protezione di alcune specie di animali selvatici, e in alcuni casi di ripopolamento, specie selvatiche che si erano quasi estinte, come il lupo, l’orso, le nutrie, i cinghiali e tante altre, sono tornate a popolare il nostro habitat. Questo fenomeno è generalmente ben visto dall’opinione pubblica ma sta creando non pochi problemi sia nelle città che nelle campagne, specialmente agli agricoltori e agli allevatori che abitano le zone collinari e montane del nostro paese. Molte di queste zone sono classificate come aree interne e si stanno sempre più spopolando, fenomeno che oltre a creare problemi sociali accompagna il degrado dell’ambiente. Una delle ragioni è proprio la sempre più difficile convivenza con i selvatici, siano essi prede o predatori.

Ruminantia si sta occupando di questa nuova problematica mettendo a disposizione di voi lettori alcuni strumenti utili a prendere le giuste decisioni. Tra questi, le recenti video interviste: “Gli antichi guardiani delle pecore: una narrazione di Freddy Barbarossa e Domenico Ciccone“, con Freddy Barbarossa, esperto di cani da guardiania, e il pastore Domenico Ciccone, che utilizza con successo i cani da guardiania e le reti di protezione per difendersi dai lupi; e i “I cani a supporto della pastorizia“, con Freddy Barbarossa, Tiziano Iulianella, storico allevatore di pecore merinizzate della provincia dell’Aquila, e Andrea Mazzatenta.

Mercoledì 20 Ottobre 2021 alle ore 14, la Commissione Agricoltura ha svolto, in videoconferenza, l’audizione di Andrea Mazzatenta, docente di psicobiologia e psicologia animale dell’Università degli studi di Teramo, Francesco Ferretti, dipartimento di Scienze della vita dell’Università di Siena, Roberto Basso, direttore del Museo civico di storia naturale di Jesolo, e Andrea Bolzonetti, consulente scientifico ed esperto in fauna selvatica, nell’ambito dell’esame delle proposte di legge recanti disposizioni in materia di danni provocati dalla fauna selvatica.

Ad aprire la seduta è stato il Prof. Mazzatenta con una precisazione sull’utilizzo nella documentazione all’esame della parola “ibrido” che in biologia è riferita all’accoppiamento di specie diverse. “Non è condivisibile quanto si sta realizzando sull’utilizzo di questo termine. – ha sottolineato il Prof. Mazzatenta – L’accoppiamento tra un cane e un lupo, siccome si tratta di stessa specie, è da considerarsi incrocio. Questa è una premessa necessaria perché altrimenti non si riesce a fare chiarezza su questo argomento.

Il Professore ha poi proseguito affrontando uno degli elementi cruciali della sessione che è la questione ungulati: “Ritengo che la questione dell’aumento dei cinghiali vada letta in termini di comunicazione chimica. In questa specie c’è un controllo sia intraspecifico che interspecifico della popolazione. Il controllo interno della popolazione è legato a delle sostanze che si chiamano feromoni. Anche nella nostra specie esistono queste sostanze che hanno la funzione di regolare il ciclo ormonale, e la stessa cosa accade negli animali selvatici.

Si tratta di un meccanismo per regolare la popolazione; – ha spiegato – se noi andiamo ad eliminare la sorgente di queste emissioni di feromoni ecco che creiamo una liberalizzazione nella riproduzione e quindi avviamo un meccanismo ben noto in biologia che è la dinamica K o la dinamica R di popolazione, che sono due forme di espressione della popolazione dei selvatici. La k è basata sulle risorse, la R invece sulla produzione di un gran numero di individui perché tanti ne vengono rimossi. Questo, associato con quanto ho appena detto sui feromoni, spiega quello che sta accadendo con i nostri cinghiali. Questo significa che se noi andiamo a rimuovere le femmine che regolarizzano la popolazione andiamo a liberalizzare e a promuovere una strategia di tipo R, cioè una sovraproduzione di individui. Questo perché tutte quelle giovani femmine che in condizioni normali non si sarebbero riprodotte vengono a riprodursi; quindi, invece di avere pochi cuccioli da una femmina anziana ne avremo tanti da femmine giovani. La stessa cosa avviene con i grandi maschi che come gli anziani della nostra specie hanno una bassa carica spermatica. Se noi li rimuoviamo andiamo a liberalizzare il territorio alla riproduzione dei giovani maschi. Capite bene che queste cose che vi ho detto messe insieme creano un aumento esponenziale dell’animale.

Cosa si deve fare? Il Prof. Mazzatenta ha quindi proseguito esprimendo la sua opinione sulle misure che andrebbero intraprese, e che richiedono un approccio molto diverso da quello messo in atto fino ad ora. Infatti, dal momento che il controllo l’abbattimento di questi individui va a stimolare e a favorire una dinamica R, bisognerebbe cercare di invertire questa questa rotta stabilizzando i popolamenti naturali.

Tra le soluzioni proposte ci sono anche le free shotfire zone, ovvero delle zone cuscinetto tra le aree a rischio.

Gli animali tendono a scappare dalle zone dove vengono pressati alle zone dove in teoria non gli si può sparare. – ha spiegato il Prof.  Andrea Mazzatenta – ecco perche c’è una sovrabbondanza nelle città, ai bordi strada e nei parchi naturali. Quelle funzionano come aree spugna di richiamo degli animali perché in teoria di tranquillità. Quindi bisognerebbe creare queste free shot-fire zone per allontanare gli animali dalle aree in conflitto antropico.

Altra possibilità è l’utilizzo di sistemi di sensori bordo strada che possono andare ad evitare gli incidenti stradali. Ci sono poi tutta la serie dei dissuasori, che possono essere chimici, recensioni elettrificate e barriere, e la rimozione di ciò che attira questi animali, quindi odori appetibili dei rifiuti. Altro suggerimento è la possibilità di creare aree naturali, zone con colture a perdere o aree incolte per cercare di richiamare gli animali al di fuori delle aree di conflitto antropico. Inoltre bisognerebbe evitare nelle zone ad alto rischio le culture ad alta appetibilità per ridurre anche il conflitto con l’agricoltura, e andare a lavorare su tutto ciò che sono le politiche applicate fino ad oggi per cercare di contenere la specie. E’ quindi importante ridurre le strategie di contenimento e di pressione antropica sugli animali in modo da tranquillizzarli e ridistribuirli sul territorio, eliminare le cacce collettive, o quantomeno ridurle, in modo da evitare la dispersione dei branchi e l’errandismo degli individui, e permettere l’invecchiamento della popolazione.

E’ una serie di proposte che si possono applicare abbastanza facilmente – ha concluso – e che sono in totale controtendenza rispetto a quello che si sta facendo ora che è praticamente una continua e continuativa pressione antropica sulla specie che poi inevitabilmente si riversa nelle aree dove la possibilità di sparare è ridotta, aumentando quindi il conflitto antropico.

E’ quindi intervenuto il Prof. Francesco Ferretti, che ha sottolineato come dal momento che le diverse specie di animali selvatici coinvolte nelle proposte di legge hanno delle specifiche caratteristiche biologiche, le soluzioni ai problemi gestionali andrebbero ponderate in modo conforme a tali caratteristiche. Inoltre, Ferretti ha evidenziato come le soluzioni debbano essere anche diverse a seconda della tipologia di problema gestionale e del contesto ambientale in cui si opera.

Questa complessità – ha dichiarato il Prof. Ferretti – impone l’individuazione di soluzioni tecniche che siano specie-specifiche, sito-specifiche o addirittura, a volte, caso-specifiche, e questo non consente un’eccessiva generalizzazione. Faccio un esempio relativamente al cinghiale. Un conto è dover ridurre la densità di una popolazione di cinghiali che ponga minacce allo stato di conservazione di habitat prioritari per la conservazione, un altro è dover gestire il problema di danni alle colture agricole e un altro ancora è dover gestire la presenza di cinghiali in ambito urbano. Se occorre far diminuire la densità di popolazione in un comprensorio ampio, è necessario impostare un prelievo che consenta di intervenire prioritariamente su quelle classi di sesso ed età che sono più importanti per l’accrescimento demografico, che nel caso del cinghiale significherebbe intervenire soprattutto su individui giovani e femmine, come attestano ormai diversi studi scientifici pubblicati su qualificate riviste internazionali, evitando di alterare la struttura di una popolazione. Per questo scopo, le catture sono solitamente uno strumento tecnicamente efficace. Se occorre limitare i danni alle colture è necessario partire da una efficace prevenzione dei danni e che, ove necessario, questo sia abbinato ad un prelievo concentrato mirato in relazione alla effettiva presenza e distribuzione. Insomma, non esiste una soluzione univoca anche quando si parla di intervenire su una singola specie.

Risulta quindi importante l’adozione di un approccio multifattoriale che comprenda sistemi di prevenzione adeguati, pianificazione delle operazioni, controllo mediante catture e o abbattimenti selettivi e poi il monitoraggio delle popolazioni e degli interventi di controllo e della loro efficacia. Il Prof. Ferretti ha quindi ribadito la necessità che l’ente gestore territoriale si doti di piani pluriennali di gestione calibrati sulle specifiche esigenze territoriali e sulle caratteristiche biologiche delle specie oggetto di gestione, predisposti da personale con adeguate competenze tecniche e devono affrontare i temi che vanno dalla prevenzione al controllo e relativi obiettivi, strumenti, personale, addetto e mezzi di verifica. Le misure devono poi essere realizzate da personale adeguatamente formato e preparato ad intervenire sulle specie oggetto del controllo. E’ altresì importante che poi il risultato delle operazioni di controllo venga verificato dall’ente gestore.

Pertanto, – ha conluso il Prof. Ferretti – pur riconoscendo l’importanza della materia trattata, e apprezzando come nel caso della proposta 174, la menzione relativa all’importanza delle misure di prevenzione dei danni, sottolineo che mi sembrerebbe opportuno un rafforzamento del ruolo degli enti pubblici gestori del patrimonio faunistico pubblico sia nella fase di programmazione degli interventi che nella fase di realizzazione e di controllo. Le interazioni tra attività antropiche di rilevanza socio-economica e fauna selvatica sono destinate a crescere ulteriormente e significativamente negli anni. E’ quindi fondamentale disporre di strumenti e di energie in grado di far fronte alle attuali e future necessità. Sembrerebbe irrinunciabile che venga sempre più garantita negli organi degli enti pubblici territoriali la presenza di soggetti qualificati alla gestione di tali rapporti, oltre al personale di istituto formato alla realizzazione di tali operazioni.

Il Dott. Andrea Bolzonetti ha invece presentato gli interventi che sono stati effettuati nella Regione Marche.

Ho visto le proposte di legge che riguardano la modifica dell’articolo 19 della 157 del ’92 che è una legge datata, nel senso che negli ultimi 30 anni c’è stato un cambiamento enorme. Al momento in cui è stata prevista questa norma, il controllo era un evento eccezionale che era praticato in alcuni casi in alcune regioni, chi più chi meno. In realtà oggi il problema dei cinghiali lo vediamo quotidianamente anche nelle grandi città. Sempre a partire dal ’92 c’è stato lo sviluppo delle aree protette, dove è stata interdetta l’attività venatoria, e che sono diventate un serbatoio per le specie opportuniste. In questi ultimi 30 anni si è visto un calo costante di specie più specialistiche a favore di quelle opportuniste, come i cinghiali, i corvidi, e specie alloctone come le nutrie. Nella nostra regione si è arrivati a pagare un una quota di danni all’agricoltura elevatissima.

La Regione Marche nel 2018 su pressione dell’associazione degli agricoltori ha fatto un piano quinquennale per il controllo del cinghiale, la specie allora più problematica per il territorio.

Questa delibera prevedeva che gli agenti della Polizia Provinciale fossero tra quelli che operavano questo controllo. La Polizia Provinciale ha degli organici molto ridotti e a stento riesce a fare l’attività il servizio d’istituto per cui utilizzarli in altre attività che richiedono tempo e impegno è secondo Bolzonetti molto difficile. Quindi questa prima delibera incontrava delle difficoltà perché prevedeva l’intervento degli agenti, dei selecacciatori formati ai sensi del regolamento regionale e anche dei proprietari e conduttori dei fondi che erano tra quelle figure che erano previste dalla legge 157 poi recepita dalla legge regionale. Questo intervento era molto macchinoso per cui successivamente la regione ha fatto un’altra delibera.

Con questa successiva delibera – ha spiegato Bolzonetti –  è stato previsto che gli agricoltori diventassero protagonisti del controllo dei cinghiali sui loro territori mediante l’uso di trappole di cattura e mediante utilizzo anche di fucili per chi era abilitato al porto d’armi dopo aver frequentato dei corsi di formazione. Altra possibilità è quella di contattare un selecontrollore abilitato che abbia fatto il corso per il controllo dei cinghiali che fanno danni all’agricoltura e questo selecontrollore può intervenire sul campo dell’Agricoltore che non non interviene direttamente né con le trappole né con la carabina. Questo sistema ha prodotto dei risultati positivi.

Centrale nell’intervento del Dott. Roberto Basso è stato invece il tema della biodiversità, minacciata dalla presenza della fauna selvatica e della fauna alloctona. Il Dott. Basso ha inizialmente presentato una serie di dati utili a comprendere la gravità dell’attuale situazione del nostro paese, proseguendo con alcuni esempi pratici di danni provocati dalla fauna invasiva e alloctona, come le nutrie e l’ibis sacro, alla fauna autoctona.

Abbiamo la consapevolezza – ha concluso Basso – del fatto che il bene più prezioso che abbiamo è la nostra biodiversità, che riguarda non solo gli animali ma anche le specie vegetali che continuamente sono afflitte dalla comparsa di queste nuove specie alloctone e nulla viene fatto in realtà di incisivo, innanzitutto sulla prevenzione e soprattutto dov’è possibile il controllo o l’eradicazione.

Ad emergere dalla discussione finale con gli On. Benedetti, Carli e Caretta, ma anche negli interventi precedenti, è l’assoluta crucialità della questione dati. E’ infatti necessario disporre di una corretta mappatura della fauna selvatica cacciabile e non cacciabile, e degli habitat, e di dati reali e coerenti regione per regione.

E’ stata sottolineata l’importanza di norme che rendano omogenea l’espressione della valutazione numerica di questi animali. Questo infatti rende difficile fare una valutazione scientifica del dato numerico. Inoltre, questi dati andrebbero accoppiati ad una valutazione anch’essa omogenea della quantificazione del danno.

La registrazione dell’audizione è disponibile integralmente qui.