In questi ultimi mesi, i prezzi delle materie prime utilizzate per l’alimentazione dei ruminanti sono stati molto sostenuti, mettendo in difficoltà sia gli allevatori che i loro fornitori. Di tutti i nutrienti della razione, la proteina è quello che incide maggiormente sul costo di produzione; è quindi doveroso capire se la concentrazione proteica utilizzata sia stata scelta con criterio e ponderazione.

Eccessi e carenze di azoto, ed in particolare degli aminoacidi, nella dieta possono essere causa di insufficiente produzione di latte e di carne, e di problemi riproduttivi e sanitari anche molto gravi. Inoltre, una gestione non razionale della razione si ripercuote sull’ambiente.

Per approfondire, soprattutto da un punto di vista pratico, questo capitolo alquanto complesso della nutrizione animale, abbiamo voluto chiedere alle industrie della community di Ruminantia specializzate a vario titolo in questo settore un loro parere. Nei precedenti articoli di questa nuova serie di “Opinioni a confronto” abbiamo ospitato il punto di vista di Balchem, di Agroteam S.p.A. , di Kemin Industries e di Vetagro S.p.A.. Scopriamo ora l’opinione di F.P.A. S.r.L..


L’opinione di Alessandro Fantini della Fantini Professional Advice S.r.L.

I fabbisogni proteici delle bovine in lattazione sono molti elevati, specialmente nei primi mesi quando la produzione è sostenuta e le vacche non sono ancora gravide. Quando si parla di nutrizione di questi animali è sempre bene ricordare che la produzione di latte è una funzione metabolica prioritaria, soprattutto in quelli di alto potenziale genetico. Il Nutrients Requirements of Dairy Cattle ed. 2001 (NRC 2001) consiglia per le bovine che si trovano nella fascia produttiva tra i 45-54.4 kg di latte e che ingeriscono tra i 26.9 e 30 kg di sostanza secca, una razione con una concentrazione di proteina metabolizzabile (MP) dell’11.0-11.6%, di RDP di circa il 9.8% e di RUP del 6.2-6.9%. Basti pensare che nell’arco temporale che va dal 14 Marzo al 14 Aprile 2021 in Italia il 27.9% delle Frisone che partecipano al piano di selezione nazionale ha prodotto più di 40 kg di latte (leggi anche Quante sono in Italia le stalle e le bovine che fanno più di 40 kg di media?).

Nel mese di Aprile 2021 queste stalle hanno prodotto ben 34.4 chilogrammi di media.

La nutrizione proteica della bovina da latte è estremamente complessa perché sia gli eccessi che le carenze sono rischiose per la produzione, la salute e la fertilità dell’animale. La tendenza che ha prevalso negli ultimi anni è stata quella di “andare oltre” i fabbisogni indicati da NRC 2001, soprattutto nella prima fase di lattazione dove è considerato para-fisiologico il bilancio energetico negativo (NEBAL) e quello proteico (NPB). Ad onor del vero, negli allevamenti dove si utilizza un unico tipo di dieta per tutte le bovine in lattazione il rischio di sovralimentare molti animali è elevato. Esiste anche un bilancio negativo dei donatori di gruppi metilici (NMDB), che può avere gravi conseguenze sulla salute del fegato e sull’epigenetica.

Un’ottima razione per bovine da latte “fresche” e che riescono ad ingerire 30 kg di sostanza secca può realmente apportare quei 3500 grammi al giorno di MP derivante per il 50% dal microbiota ruminale e per la restante parte dalla proteina RUP, ossia dalla quota di proteina alimentare che passa indenne il rumine. In passato in Italia si era diffusa la convinzione che un generico “eccesso proteico” fosse la causa principale sia dell’infertilità che delle zoppie in tutti i ruminanti domestici. Come biomarker diagnostico oggettivo si utilizzava l’urea nel latte di massa. A stimolare questa convinzione furono una serie di ricerche in cui era stata dimostrata una correlazione negativa tra elevati livelli di azoto ureico nel sangue e tasso di sopravvivenza dell’embrione. Le soglie di rischio secondo diversi autori erano per l’azoto ureico plasmatico (PUN) > 19 mg/dl, che corrisponde a 40.6 mg/dl di urea plasmatica, e di 15.4 mg/dl per l’azoto ureico nel latte (MUN), che corrisponde a 33 mg/dl di urea nel latte. Questi lavori pubblicati negli anni 90 (Butler ed al. 1996, Rajala-Schultz ed al. 2001, Ferguson ed al. 1988 e 1993) destarono molto interesse generando in quegli anni anche qualche errore. Il primo fu il pensare che i valori di azoto ureico e urea fossero sinonimi. Per convertire l’azoto ureico in urea si deve moltiplicare per 2.14, ovvero per il rapporto tra il peso molecolare dell’urea e quello dell’azoto. Il secondo “equivoco” fu applicare questo biomarker al latte di massa. Un’elevata concentrazione di azoto ureico o urea nel sangue è certamente un fattore di rischio per la morte embrionale precoce, ma lo è nella singola bovina. La determinazione dell’urea nel latte di massa come fattore di rischio della sindrome della sub-fertilità bovina ha un valore predittivo molto debole in considerazione dei molteplici fattori che possono condizionare la concentrazione di azoto ureico nel latte di massa. Nel frattempo, la selezione genetica stava riempendo gli allevamenti di bovine sempre più produttive e capaci di produrre grandi quantità caseine. Per comprendere bene questo aspetto è bene ricordare che c’è un efficienza costante tra MP e proteine del latte di 0.67, ossia per produrre un grammo di proteina del latte occorrono 1.5 grammi di proteina metabolizzabile. In un interessante lavoro pubblicato nel 1997 da Broderik è stata presentata un’equazione di stima della concentrazione proteica della razione e del livello di azoto ureico del latte atteso nelle bovine da latte.

Abbiamo prima brevemente descritto come i bilanci energetici e azotati negativi nelle bovine nei primi mesi di lattazione siano ad elevata prevalenza. Attraverso alcuni biomarker, come la concentrazione proteica nel latte individuale inferiore al 2.9% o la misurazione nelle prime settimane di lattazione dello spessore del muscolo longissimus dorsii, si può stimare una più o meno grave carenza amminoacidica. La procedura diagnostica necessaria per accompagnare una riduzione degli alimenti proteici della razione potrebbe essere la seguente:

  • Tenere costantemente monitorata la quantità (percentuale) di bovine che hanno nelle prime settimane di lattazione una concentrazione proteica del latte < 2.90%. Se tale percentuale supera il 10-15%, è necessario intervenire sulla dieta.
  • Tenere monitorata la concentrazione d’urea nel latte individuale delle bovine in lattazione non ancora gravide. Si può utilizzare come livello di allarme il numero di animali che hanno meno di 20 mg/dl e il numero di quelli superiori a 36 mg/dl.
  • Eseguire una valutazione teorica del bilanciamento azotato della razione  delle bovine in lattazione utilizzando il CNCPS. Per aumentare il livello di affidabilità di tale analisi è di fondamentale importanza utilizzare analisi recenti e dettagliate degli alimenti zootecnici e compilare correttamente tutte le informazioni richieste in fase di calcolo dei fabbisogni.
  • Somministrare quantità note prima di metionina e poi di lisina rumino-protette nella razione delle bovine che si trovano nella prima metà della lattazione, misurando contestualmente eventuali variazione della proteina o meglio della caseina del latte di massa. Questa prova empirica, anche detta “dose-risposta”, è molto efficace per verificare eventuali carenze di due amminoacidi limitanti importanti come la lisina e la metionina.

Conclusioni

Dalla nostra esperienza due sono le strade maestre da seguire per ridurre l’impiego di alimenti proteici. La prima è quella di sfruttare le potenzialità offerte dal CNCPS per stimare la produzione di proteina metabolizzabile di origine batterica e quindi esaltarla con opportune razioni. Il rapporto tra proteina grezza della razione e proteina metabolizzabile ovviamente esiste, ma non è così lineare. Spesso, per aumentare la massa del microbiota ruminale, è sufficiente utilizzare alimenti fibrosi ad elevata digeribilità, zuccheri e amidi. Visto che circa la metà della proteina metabolizzabile è costituita da quella che non viene degradata dal rumine, è bene prevederne la composizione amminoacidica e ottimizzarla. La seconda strada è quella di utilizzare dove è necessario gli aminoacidi rumino-protetti ai dosaggi consigliati dal CNCPS.